Annegando nelle disuguaglianze

1 settembre 2026Foto © U

Storie

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Sgombriamo subito il campo da un gigantesco equivoco: il nuoto non è solo uno sport o un passatempo estivo e vacanziero, ma una competenza di sopravvivenza primaria. Inoltre, proprio come la sanità o l'istruzione, è diventato uno spietato indicatore di classe sociale.

Mentre una rete globale di attivisti e amministrazioni inizia a battersi per riaprire le acque urbane e riprenderci i cosiddetti "spazi blu", c'è un'ipocrisia di fondo che dobbiamo affrontare prima di poter abbattere i divieti: in questo secolo, abbiamo trasformato l'insegnamento del nuoto in un lusso per chi se lo può permettere.

L'idea che il galleggiamento sia un'abilità universale è una menzogna smentita brutalmente dalle statistiche. Secondo i dati ufficiali dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), a livello globale l'annegamento è la quarta causa di morte per i bambini tra 1 e 4 anni e la terza per quelli tra 5 e 14. Ogni anno l'acqua uccide 300.000 persone nel mondo, e quasi un quarto sono bambini sotto i cinque anni. E a morire non sono turisti sprovveduti in cerca di avventure.

L'OMS dice chiaramente dove si muore: il 92% degli annegamenti del pianeta avviene nei paesi a reddito basso e medio, a un tasso più di tre volte superiore a quello dei paesi ricchi. Più della metà di tutti i decessi si concentra nel Pacifico occidentale e nel Sud-Est asiatico.

La geografia silenziosa di chi annega

Prendiamo l'Italia. Siamo abituati a pensare agli annegamenti come a disgrazie da mareggiata, ma i dati raccontano una storia violentemente classista. La relazione annuale dell'Osservatorio dell'Istituto Superiore di Sanità censisce 604 annegamenti fatali nel biennio 2024-2025, quasi equamente divisi: 281 in mare e 277 in acque interne (fiumi, laghi, canali). E la regione che ne conta di più non ha nemmeno un metro di costa marina: è la Lombardia, con 90 casi.

A morire in quelle acque dolci è una percentuale sproporzionata di immigrati: in Lombardia, sono stranieri circa la metà delle vittime. Non è una coincidenza, è pura e spietata economia. I corsi di nuoto costano, le trasferte al mare richiedono treni, e gli stabilimenti balneari hanno prezzi inaccessibili. Il fiume (come l'Adda, il Ticino o il Brembo) e il lago di provincia, invece, sono gratuiti. I ragazzi vi si tuffano per sfuggire all'afa estiva, ma l'acqua dolce interna è infida. L'impatto con correnti a 10-15 gradi causa un violento shock termico, panico e il conseguente blocco del respiro. Chi muore in queste acque non lo fa per "fatalità", ma perché la società non gli ha mai fornito gli strumenti per gestirle.

Nei Paesi Bassi, nazione costruita sull'acqua, l'Ufficio Centrale di Statistica (CBS) ha certificato che il rischio di annegamento per i bambini nati fuori dall'Europa è oltre 14 volte superiore rispetto ai coetanei olandesi. E l'Olanda non è certo disattenta sull'argomento: nel 2024 quasi quattro bambini olandesi su dieci fra i 6 e i 12 anni avevano tutti e tre i diplomi di nuoto scolastici (A, B e C). È un record nazionale. Ma l'istituto di ricerca che lo ha presentato ha usato un titolo emblematico: l'abilità natatoria dei bambini vulnerabili resta indietro.

Un bambino sostenuto da un'imbracatura appesa a una fune scorrevole nuota nella vasca all'aperto mentre due istruttori in bianco fanno scorrere l'asta dal bordo
Il primo allievo del Jan van Galenbad di Amsterdam, il 17 maggio 1953, alla lezione con la «canna scorrevole». Foto Harry Pot per Anefo · CC0 (Wikimedia Commons)

Le piscine che hanno chiuso per razzismo

Se in Europa a pesare è la classe sociale, negli Stati Uniti il divario ha un'origine razziale spaventosa. Oltreoceano l'annegamento uccide circa 4.000 persone l'anno. E se per l'OMS nel mondo questa è la quarta causa di decesso infantile, negli USA è la primissima causa di morte per i bambini fra 1 e 4 anni.

I CDC (Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale degli Stati Uniti per la salute pubblica) contano 39,5 milioni di adulti americani che non sanno nuotare. Il divario ha un colore inequivocabile: dichiara di non saper nuotare il 36,8% degli adulti neri contro appena il 6,9% dei bianchi. I tassi di mortalità confermano la strage: i picchi più alti si registrano fra i nativi (2,6-3,1 morti ogni 100.000), seguiti dai neri (1,5-1,9), e in coda i bianchi (1,2-1,4).

C'è un dettaglio che peggiora le cose: gli adulti afroamericani passano oggettivamente molto meno tempo in acqua (negli ultimi sei mesi il 67% non è stato in piscina nemmeno un giorno). Poiché quei tassi di mortalità sono calcolati sull'intera popolazione e non sull'effettivo tempo trascorso a mollo, i numeri ufficiali sottostimano clamorosamente la reale gravità della disparità.

Manifesto degli anni Trenta: un tuffatore in primo piano, due file di bambini in costume su un trampolino, la scritta «Learn to swim campaign»
«Campagna impara a nuotare — corsi per tutte le età in tutte le piscine», manifesto del WPA Art Project (1936-1940). Le lezioni gratuite, un'idea spazzata via dalla segregazione. Foto Work Projects Administration · pubblico dominio (Wikimedia Commons)

Ma come ci si è arrivati? Le piscine pubbliche americane erano rigidamente segregate. Quando l'integrazione razziale fu imposta per legge a livello federale, moltissime municipalità scelsero semplicemente di chiudere o riempire di cemento le vasche comunali pur di non mescolare le etnie, come confermato non solo dagli storici ma dagli stessi report ufficiali dei CDC. Al posto delle piscine pubbliche crebbero a dismisura i country club privati, inaccessibili alle minoranze, appaltando di fatto il diritto a imparare il nuoto solo ai bianchi benestanti. Una cicatrice che non si è mai chiusa: dopo la recente pandemia, i tassi di annegamento sono risaliti, colpendo in modo chirurgico chi già moriva di più (+28,3% fra gli afroamericani nel 2021).

Dove annega metà del mondo

In Cina l'annegamento è la prima causa di morte per i bambini fra 1 e 14 anni. E il divario che in Italia corre fra nativi e stranieri, in Cina corre netto fra campagna e città: sotto i vent'anni, nel 2021, il tasso di mortalità era di 3,84 decessi ogni 100.000 abitanti nelle aree rurali, contro 2,01 in quelle urbane. Quasi il doppio.

Il Giappone, invece, ci ha sbattuto la faccia nel 1955 in maniera orrenda. L'11 maggio il traghetto Shiun Maru affondò: 168 morti, di cui 100 studenti. Appena due mesi dopo, il 28 luglio, a Nakagawara, una corrente anomala durante una lezione scolastica in mare trascinò al largo decine di ragazzi: 36 ragazze morirono annegate. La risposta giapponese a quei traumi fu radicale: il nuoto divenne programma scolastico obbligatorio e, negli anni Novanta, più dell'80% delle elementari del Paese aveva una piscina funzionante all'interno dell'edificio.

Eppure, oggi, anche il Giappone sta colpevolmente facendo marcia indietro. Le vasche invecchiano e la manutenzione costa: le scuole medie provviste di una piscina funzionante sono passate dal 73% del 2018 al 65% del 2021. Il risultato è sentenziato dal professor Matsui Atsunori, dell'Università di Naruto: «oggi c'è una divisione netta fra i bambini che frequentano i corsi di nuoto e quelli che non li frequentano».

Il pescatore d'acciaio e il furto degli spazi blu

Chi sta in cima alla catena alimentare sa benissimo che il nuoto salva la vita. Dal 1940, l'elitaria università del MIT di Boston non rilascia la laurea a nessuno studente che non superi preventivamente un rigido test di nuoto obbligatorio.

In Islanda, questo dogma di sopravvivenza non è un requisito per i geni e per i ricchi, ma è l'infrastruttura di un'intera nazione. Dal 1943 l'insegnamento del nuoto è obbligatorio per legge. E produce miracoli documentati. Nel marzo 1984, il ventiduenne Guðlaugur Friðþórsson sopravvisse all'affondamento del suo peschereccio nell'Oceano Atlantico. Nuotò nell'acqua a 5 °C, completamente al buio, per sei estenuanti ore verso un faro sulla costa vulcanica.

Quando i ricercatori guidati da W. R. Keatinge pubblicarono il loro studio sul British Medical Journal per capire come fosse scampato a un'ipotermia letale, scoprirono l'incredibile: il suo strato di grasso sottocutaneo era denso e spesso fino a 14 millimetri, ovvero due o tre volte quello di un essere umano medio. Funzionava, biologicamente, in maniera simile al blubber, il tessuto adiposo isolante tipico delle foche, proteggendo gli organi interni dalla dispersione termica. Ma un'anomalia biologica da sola non permette di affrontare sei ore di onde oceaniche senza bere, perdere l'orientamento o cedere alla paura. Senza la resistenza tecnica e la perfetta gestione del panico mandate a memoria sui banchi di scuola fin dall'asilo, Guðlaugur non sarebbe mai sopravvissuto a quell'inferno.

Interno spoglio di una piscina coperta con tetto di lamiera: un uomo in giacca e cravatta tiene una lunga asta sul bordo, una bambina è in acqua alla scaletta, due ragazze sedute sul trampolino
Lezione di nuoto nella piscina di Álafoss, in Islanda, nel 1934. Dal 1943 il nuoto è materia obbligatoria nelle scuole islandesi. Foto Willem van de Poll · CC0 (Wikimedia Commons)

Ma allora come siamo arrivati al punto in cui galleggiare è diventato un lusso? Negli ultimi cinquant'anni c'è stato un inesorabile processo di chiusura degli spazi blu urbani. I fiumi e i tratti di mare metropolitano (dal litorale di Palermo ai canali del Nord Europa) sono stati sistematicamente interdetti alla balneazione pubblica.

La causa ufficiale? L'inquinamento fognario e il rischio sanitario. Un groviglio di ipocrisie e di incapacità gestionali che analizziamo a fondo nel nostro dossier sui colibatteri e sull'acqua urbana. In realtà, dietro l'alibi dell'acqua "sporca", si è mossa una precisa volontà politica: si è preferito favorire l'industria delle costruzioni e i gestori privati, abdicando alla tutela della risorsa naturale disponibile per spingere i cittadini nelle vasche artificiali.

Questo ha allontanato intere generazioni dall'acqua libera, appaltando il diritto al nuoto a strutture chiuse a pagamento, i cui costi decidono chi vive e chi muore.

Abbiamo calcolato l'Impatto Reale globale: la percentuale dello stipendio giornaliero medio che un cittadino deve sacrificare per farsi una singola nuotata in una piscina comunale o convenzionata. Se in Nord Europa i sussidi statali tengono il nuoto democratico, altrove è diventato un privilegio spietato. A Milano o a Roma — dove oggi è quasi impossibile trovare una vasca a meno di 10 euro — un singolo tuffo arriva a "bruciare" quasi il 14% di una giornata di lavoro.

Paese / CittàCosto assoluto (€ / $)Impatto reale (% sul reddito giornaliero)
Cina (Pechino)8,00 € (8,80 $)26,5 %
Russia (Mosca)6,50 € (7,15 $)24,5 %
Brasile (San Paolo)3,00 € (3,30 $)16,5 %
Italia (Milano/Roma)10,00 € (11,00 $)13,5 %
Sudafrica (Cape Town)1,80 € (2,00 $)13,5 %
Polonia (Varsavia)5,50 € (6,05 $)13,0 %
Portogallo (Lisbona)4,50 € (4,95 $)11,5 %
Norvegia (Oslo)14,00 € (15,40 $)11,0 %
Spagna (Barcellona)6,50 € (7,15 $)10,5 %
Regno Unito (Londra)9,10 € (10,00 $)9,0 %
Islanda (Reykjavík)8,60 € (9,45 $)8,0 %
Germania (Berlino)6,00 € (6,60 $)6,0 %
Corea del Sud (Seul)4,00 € (4,40 $)4,5 %
Giappone (Tokyo)3,20 € (3,50 $)4,0 %
Francia (Parigi)3,50 € (3,85 $)4,0 %
USA (piscine pubbliche)5,50 € (6,05 $)3,5 %

(Nota metodologica: l'impatto reale è una stima calcolata rapportando il prezzo del biglietto alla retribuzione netta giornaliera in ciascuna metropoli, stimata su 22 giorni lavorativi mensili. Fonti dati sui redditi netti locali: elaborazioni su dati Numbeo, OECD e ILOSTAT).

Swimmable Cities e l'alfabetizzazione acquatica

Davanti a questi numeri, riaprire gli spazi blu urbani non è solo una battaglia urbanistica: è l'unico modo per democratizzare l'accesso all'acqua. È esattamente ciò che promuove la rete globale Swimmable Cities, una coraggiosa alleanza di amministrazioni e associazioni che, come vi raccontiamo nella nostra inchiesta storica sulle acque libere rubate, lotta per smantellare i divieti e rendere fiumi, laghi e porti nuovamente accessibili.

Ma riaprire l'acqua non basta. Se ci limitiamo a togliere i lucchetti, i fiumi urbani continueranno a uccidere chi non può permettersi un corso di nuoto privato. Il vero traguardo, che i manifesti internazionali stanno iniziando a recepire, è la swimming literacy: l'alfabetizzazione acquatica gratuita, garantita a tutti fin dalle scuole.

Insegnare gratuitamente alle persone a nuotare negli spazi pubblici in cui già vivono è immensamente più potente che riaprirli e basta. Crea un processo di profonda identificazione con il paesaggio vissuto. Costruisce una comunità attorno all'ecosistema cittadino e permette alle fasce più emarginate di riappropriarsi non solo di una competenza vitale per la propria sicurezza, ma dell'anima stessa della propria città.

Dal 2000 a oggi, il tasso di annegamento nel mondo è sceso del 38%. È la prova inconfutabile che, quando si insegna a nuotare, la gente smette di morire. Ma perché accada su vasta scala, dobbiamo smettere di vendere il nuoto e ricominciare a insegnarlo dove l'acqua scorre gratis.

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