Se da un lato sappiamo che i nostri nonni ci facevano il bagno, oggi immergere anche solo un alluce nell'acqua (principalmente fiumi, ma anche laghi e mari) che attraversa o bagna le nostre città agli occhi di molti rappresenta un atto di fede che rasenta il misticismo. Questo si deve a un decennale processo di lavaggio del cervello collettivo che ci ha portato a convincerci intimamente che nuotare nel Tamigi, nella Senna, nel Tevere o nell'East River equivalga a fare il bagno nei liquami, con l'annesso rischio di uscire dall'acqua come il pesce a tre occhi dei Simpson.
Questa fobia, ormai atavica, ha una data di nascita precisa: nel 1828 l'incisore inglese William Heath disegnò una donna londinese, elegante e inorridita, che lasciava cadere la sua tazza di tè guardando al microscopio una goccia d'acqua del Tamigi. L'opera si intitolava Monster Soup (Zuppa di mostri) e trasformava l'acqua del fiume in un rave party di creature demoniache.

Un secolo e mezzo dopo, la cultura pop ha piantato l'ultimo chiodo sulla bara con Blinky, il pesciolino a tre occhi appena citato.
Queste immagini sono diventate l'alibi perfetto. Le amministrazioni pubbliche, felicissime di assecondare questa psicosi e di spingere i nuotatori verso le rassicuranti e costose acque clorate delle piscine, hanno potuto continuare a usare i fiumi come sciacquoni a cielo aperto. Il guaio del pregiudizio, però, è che cancella la memoria storica. Abbiamo semplicemente dimenticato che fino alla metà del Novecento, nuotare nei fiumi era la normalità assoluta in Europa. I parigini si tuffavano in massa dalla piscina galleggiante dei Bains Deligny e i romani passavano l'estate sul barcone del Ciriola, lo stabilimento balneare galleggiante ormeggiato sotto Castel Sant'Angelo finché un incendio non se l'è portato via, nel 1970.
I fiumi urbani, il mare cittadino o il lago erano spazi blu gratuiti e fruiti dalla popolazione. Erano luoghi di socializzazione, di identificazione urbana e posti in cui si poteva imparare a nuotare gratuitamente. Poi abbiamo avvelenato l'acqua e ci siamo spaventati a tal punto di quello che avevamo fatto che abbiamo smesso perfino di guardarla, perdendo una delle nostre connessioni più profonde con l'ecosistema e con l'ambiente in cui viviamo.

Cosa significa "balneabile"
Quando un'autorità europea decreta che un'acqua è "balneabile", non esprime un parere estetico sul colore, sui detriti o sulla limpidezza. Applica pura burocrazia del patogeno, basata sull'Allegato I della direttiva europea 2006/7/CE.
I biologi cercano due spie specifiche: l'Escherichia coli e gli enterococchi intestinali. Non sono necessariamente loro a ucciderti, ma sono il fumo che segnala la presenza di un incendio. La loro presenza certifica che in quell'acqua è arrivata materia fecale, ossia scarichi. Il limite fissato per definire un'acqua "eccellente" nasconde però quello che sembra un apparente paradosso normativo: la legge permette 500 unità formanti colonia (UFC) ogni 100 millilitri nelle acque interne (fiumi e laghi), ma ne tollera esattamente la metà, solo 250, nelle acque costiere.
Perché questa disparità? Non è uno "sconto" fatto ai fiumi per renderli artificialmente balneabili, ma biologia marina. Come spiegano minuziosamente numerosi articoli scientifici sul tema, e come mette in conto l'Organizzazione mondiale della sanità, che nelle sue linee guida sulla balneazione tiene separate le acque costiere da quelle dolci fin dal titolo, il tasso di mortalità batterica (die-off rate) in mare è vertiginoso. L'alta salinità combinata con lo stress osmotico sulle pareti cellulari e l'intensa esposizione ai raggi UV senza il filtro della vegetazione costiera uccidono i batteri fecali in tempi record.
Di conseguenza, se i biologi rilevano 250 sopravvissuti di E. coli in mezzo all'acqua salata, significa che la quantità di inquinanti provenienti dalle fogne è notevole e recentissima, e porta con sé un carico intatto di virus e protozoi ben più resistenti. Nell'acqua dolce e protetta di fiumi e laghi, gli stessi batteri indicatori sopravvivono felicemente più a lungo. La direttiva alza la soglia per l'acqua dolce proprio per allinearla al reale rischio epidemiologico umano: 500 batteri nel fiume equivalgono, a livello di pericolosità d'infezione, a 250 batteri in mare.
C'è un dettaglio fondamentale che ridimensiona l'utilità del monitoraggio in tempo reale: per far crescere queste colonie in piastra (secondo le rigorose norme ISO 9308 e 7899), i batteri devono restare in incubazione per 24-48 ore. Quindi, quando un cartello o un'app vi dice che l'acqua "oggi" è pulita, vi sta scientificamente raccontando com'era l'acqua due giorni fa, che nel nostro caso corrispondono ad un'era geologica. Ci è capitato personalmente di partecipare ad una gara in Liguria (Italia), ma non vi diremo con quale organizzatore, poco dopo un acquazzone. Il giorno prima della gara c'era un divieto di balneazione per presenza di E. Coli. Questo divieto è stato rimosso il giorno della gara che si è disputata regolarmente. Lo stesso divieto di balneazione è stato rimesso il giorno dopo la gara. Adesso che sapete che i dati riflettono una condizione di 24-48 ore prima, capirete facilmente come risultato della gara è stato che circa 300 partecipanti su 600 hanno avuto febbre, diarrea e vomito per una settimana (e l'organizzatore ha fatto spallucce).
Il miracolo europeo: una lezione per il resto del mondo
Eppure, in mezzo ad un quadro di degrado ambientale e climatico che tende ad aggravarsi e al netto di queste storture locali, è intellettualmente onesto riconoscere un fatto storico: l'Unione Europea ha compiuto un grande lavoro politico e infrastrutturale. Se oggi il mondo sta gradualmente tornando a riappropriarsi delle proprie acque libere, il merito è anche di una legislazione pionieristica.
Come certificato dall'ultimo rapporto dell'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA) sui dati 2025, la qualità delle acque di balneazione in Europa ha raggiunto livelli che il resto del pianeta può solo invidiare. Su quasi 22.000 siti monitorati tra coste, laghi e fiumi, l'85% è stato classificato come "eccellente", e uno stratosferico 96% rispetta i requisiti minimi di legge. Questo non è un fortunato incidente climatico: è il risultato di decenni di direttive ferree (dalla Bathing Water Directive in poi) e di investimenti colossali per arginare e depurare gli scarichi urbani. L'Europa ha dimostrato ai governi di tutto il mondo che il degrado non è un destino irreversibile: le acque devastate dal boom industriale del Novecento possono essere guarite, tracciando una rotta da seguire.

La linea non separa il fiume dal mare. Separa l'asciutto dal bagnato.
L'errore più ingenuo che possiamo fare è credere che il mare sia una divinità autopulente e il fiume un demone fangoso per natura. La verità è racchiusa nei dati di monitoraggio indipendenti di quattro continenti diversi.
In Italia, il bilancio finale di Goletta Verde e Goletta dei laghi del 2026 conta 391 campionamenti in diciannove regioni. Lontano dalle foci e dagli scarichi il mare si difende benissimo: è oltre i limiti il 15% dei prelievi. Ma sulle 188 foci di fiumi, canali e torrenti che entrano in mare o nei laghi, il tasso di campioni fuori legge schizza al 54%.

In California, i biologi marini di Heal the Bay certificano con una "A" o una "B" (le votazioni massime) il 91% delle spiagge tra Washington e Tijuana. Tuttavia, dopo un forte acquazzone, le stesse spiagge oceaniche crollano in fondo alla classifica, invase dai batteri. Nel Regno Unito, i trabocchi fognari (gli sversamenti diretti di liquami) sono diminuiti del 35% nel 2025. Un miracolo dell'ingegneria depurativa britannica? No. Come ha dovuto ammettere a malincuore la stessa Environment Agency nel suo bollettino, è semplicemente piovuto molto meno dell'anno precedente.
La linea di demarcazione della sporcizia batterica non è tanto tra acqua dolce e salata (anche se come abbiamo detto l'acqua salata ha una maggiore capacità di eliminare alcuni batteri), ma soprattutto tra tempo asciutto e piovoso. Ovviamente una buona responsabilità in questo ce l'ha il cemento impermeabile delle nostre strade che, non potendo assorbire i temporali, satura le fognature miste e fa tracimare i liquami urbani a valle. Un fiume in secca, sotto un depuratore che funziona a dovere, è infinitamente più pulito del mare di Barcellona o di Palermo la mattina dopo un nubifragio.
Il test definitivo: un atto rivoluzionario
Ci sono Stati che preferiscono pagare: l'Italia ha versato a Bruxelles 210.554.096 euro di sanzioni al 31 dicembre 2024, tutti per una condanna sola, quella sul trattamento delle acque reflue urbane, pur di non mettere a norma i propri depuratori. E poi c'è chi ha deciso di invertire la corrente (scusate il gioco di parole).
Come abbiamo analizzato a fondo nella nostra inchiesta dedicata, riappropriarsi degli spazi blu urbani è un atto rivoluzionario. Tornare a nuotare nei fiumi significa rompere un tabù e riprenderci uno spazio pubblico che le istituzioni avevano abbandonato al degrado industriale e alle fogne.
Parigi, in occasione delle Olimpiadi del 2024, ha subìto l'ironia spietata del pianeta per i continui rinvii delle gare di Triathlon e di nuoto in acque libere. Ma la Francia ha compiuto un gesto politico monumentale: ha stanziato e speso 1,4 miliardi di euro, scavando imponenti cattedrali sotterranee (come il bacino di Austerlitz) per stoccare l'acqua piovana. I risultati, pur imperfetti, vanno pesati sui volumi: nell'agosto del 2026, la Senna ha ospitato 216.000 nuotatori comuni nei suoi tre siti urbani. Aprivano e chiudevano giorno per giorno, seguendo i rilievi batteriologici. È questo il nuovo paradigma: non si aspetta la purezza miracolosa dell'acqua santa, ma si misura l'ecosistema in modo scientifico e ci si convive in sicurezza.

Oggi le metropoli stanno riconquistando ciò che era loro. A Londra, il Tamigi (dichiarato "biologicamente morto" nel 1957) ospita oggi 115 specie di pesci. In attesa che il nuovo mastodontico collettore Tideway metta fine agli sversamenti fognari, i londinesi nuotano rigorosamente tutto l'anno nelle gelide acque libere dei Royal Docks o negli stagni di Hampstead Heath. A Basilea e Zurigo, gettarsi nella corrente del Reno o della Limmat è semplicemente la normalità con cui gli svizzeri tornano a casa dal lavoro nei mesi caldi. A Vienna, il Comune garantisce ai suoi cittadini l'accesso a 63 chilometri di riva balneabile pubblica e gratuita sul corso del Danubio.
E a Chicago, nel 2025, 263 pionieri in cuffia e occhialini si sono tuffati per la prima gara ufficiale dopo novantotto anni in un fiume che, un secolo prima, era stato letteralmente fatto scorrere al contrario per evitare che i suoi liquami avvelenassero i pozzi di acqua potabile. L'edizione di quest'anno si è nuotata il 20 settembre, con il campo di partenza allargato da 500 a 750 iscritti.
Queste non sono vittorie da salotto. Fanno parte di una presa di coscienza, oggi codificata nel movimento globale Swimmable Cities, che unisce amministratori e attivisti in 121 città in tutto il mondo con un credo ferreo: il rischio zero in natura non esiste. L'obiettivo non è sterilizzare i fiumi come le corsie al cloro, ma gestirli e comunicarli con trasparenza, per restituire alla cittadinanza gli spazi blu urbani. Lo fa da anni Copenaghen, che grazie a reti di sensori intelligenti accende e spegne i semafori dei suoi immensi bagni portuali, accogliendo in sicurezza quasi mezzo milione di bagnanti a stagione.

E poi c'è la città che è fatta d'acqua e nell'acqua non ci si entra. A Venezia il Regolamento di polizia e sicurezza urbana vieta la balneazione lungo tutti i canali del centro storico, e il conto lo conoscono bene i due turisti che l'11 settembre del 2025 si sono tuffati in Canal Grande davanti allo stazio delle gondole di San Vidal: trecentocinquanta euro di multa a testa, altri cento per l'ordine di allontanamento, e quarantotto ore di divieto di rimettere piede in città. Il divieto però non nasce solo dal traffico dei vaporetti. Il centro storico non ha una rete fognaria come la si intende altrove: funziona con un «servizio sostitutivo» fatto di impianti diffusi e di maree che lavano i rii due volte al giorno, e i lavori per collegare la città ai grandi depuratori di terraferma sono partiti da poco. Il direttore generale della società che gestisce l'acqua, Veritas, ha detto a chiare lettere che per arrivare in fondo serviranno «tra i venti e i trent'anni».
Per nuotare, a Venezia, bisogna uscire dalla città e andare al Lido, dove c'è il mare e dove il mare è classificato. È lì che si nuota la gara.
Venice Open Water Lido di Venezia, 14 giugno 2026 — 200, 800, 1.850 e 3.500 mQuelli che restano indietro: la morte per geografia
Se questo è il ritratto delle metropoli occidentali che si stanno riappropriando dei propri argini, dobbiamo guardare l'altra metà della mappa senza fare sconti. È la metà in cui il collasso dello Stato trasforma l'infrastruttura idrica in una vera e propria arma demografica.
In India, l'autorità governativa centrale, il Central Pollution Control Board (CPCB), fissa il limite massimo di tolleranza batterica per il "bagno all'aperto" a 2.500 coliformi fecali per 100 ml. Un parametro già di per sé molto più morbido rispetto agli standard del Primo Mondo. Eppure, nel 2026, i bollettini mensili del Delhi Pollution Control Committee registravano nelle acque dello Yamuna picchi raccapriccianti di 170.000 MPN/100 ml in corrispondenza del ponte ISBT.
Non c'è alcun romanticismo nel tuffarsi in una megastruttura fluviale infetta che attraversa una megalopoli da venti milioni di abitanti.
È proprio in questi scenari desolanti che la nostra indagine ambientale converge inevitabilmente con il dramma sociale. Come abbiamo documentato nel nostro precedente reportage, il divieto di balneazione traccia una linea basata su reddito ed etnia. Dove le acque urbane pubbliche sono ridotte a un concentrato tossico di E. coli, imparare a nuotare diventa sempre più difficile per le fasce meno abbienti della popolazione. L'acqua cessa di essere un bene comune gratuito e l'alfabetizzazione acquatica diventa un lusso privato, confinato dietro i cancelli e le rette dei country club o delle piscine comunali a pagamento. Chi non ha i soldi per pagare la lezione di nuoto nella vasca filtrata, perde il diritto di imparare a sopravvivere.

La prossima volta che un vostro amico o un passante vi dice che prova un'intima repulsione all'idea di nuotare nel fiume, nel lago o nel mare della sua città, chiedetegli in modo molto pratico qual è l'ultima misurazione batterica che ha consultato sul portale dell'agenzia ambientale del suo territorio.
Nove volte su dieci, vi accorgerete che non lo sa. Non ha un dato alla mano, ha solo un pregiudizio. Ed è esattamente quel disinteresse, quell'allontanamento borghese, igienizzato e rassegnato dalla natura cruda, ad aver permesso che le nostre acque libere venissero inquinate dalle industrie e dalle amministrazioni per decenni, nel silenzio generale.
Noi preferiamo un approccio laico e frontale. Guardiamo i termometri, leggiamo i campionamenti batteriologici, stringiamo gli occhialini e, quando il numero lo consente, scendiamo in acqua. Perché un fiume pulito e accessibile nel centro di una metropoli non è un diversivo turistico: è il test definitivo per capire a chi appartiene davvero il mondo in cui viviamo.
