C'è una gigantesca anomalia storica nel modo in cui oggi guardiamo al nuoto. Siamo così assuefatti alle piscine clorate, alle corsie galleggianti e alle piastrelle azzurre, da esserci dimenticati di un dettaglio fondamentale: il nuoto nasce come nuoto in acque libere.
Prima dell'epoca moderna, le piscine pubbliche standardizzate semplicemente non esistevano. Le primissime Olimpiadi dell'era moderna, quelle di Atene 1896, si nuotarono in mare aperto, nella baia di Zea, sfidando onde e correnti con un'acqua stimata a 12-14 °C. L'edizione successiva, Parigi 1900, si tenne direttamente nelle torbide acque della Senna. Il legame tra il nuoto e la vasca di cemento si è radicato solo in seguito, diventando così prepotente che l'acqua libera si è letteralmente persa.
Oggi usiamo la sigla inglese OWS (Open Water Swimming) per differenziarlo dal nuoto "normale". In realtà, la definizione corretta dovrebbe essere l'esatto opposto: l'Open Water è il nuoto originario. Quello in piscina dovrebbe chiamarsi "nuoto in acque chiuse". Sarà quasi impossibile riportare indietro le ruote della linguistica (non a caso il nostro stesso progetto si chiama Omniathlon OWS per farsi trovare dal pubblico), ma è fondamentale avere memoria di come abbiamo perso il nostro rapporto con l'acqua.
Perché chiudere un fiume, o vietare la balneazione in un porto, significa sottrarre spazio pubblico; e chi lo riapre decide, in fin dei conti, a chi appartiene la città.
È su questo principio che si fonda Swimmable Cities, la più importante alleanza globale per la riconquista degli spazi blu. Nata come movimento civico prima dei Giochi di Parigi 2024, incubata in Canada e ospitata in Australia, si è trasformata in una vera e propria macchina di pressione politica. Al primo luglio 2026 contava 255 organizzazioni e 121 città firmatarie in trentotto paesi. Il loro obiettivo dichiarato si chiama «3 by '30» (tre entro il trenta): avere trenta "città faro" e tremila firmatari globali entro il 2030, lavorando su bersagli misurabili. Non si limitano a firmare petizioni: si incontrano in summit operativi mondiali (come a Rotterdam nel 2025 o a Basilea nel 2026, evento chiuso con una nuotata collettiva nel Reno) per scambiarsi le tecnologie ingegneristiche necessarie a depurare l'acqua. Per loro, l'accesso ai fiumi urbani non è un vezzo sportivo, ma un diritto umano.
Quando le metropoli vivevano in ammollo
Fino a non molto tempo fa, l'acqua urbana era uno spazio vivo, turbolento e carnale. Negli Stati Uniti, a cavallo tra Ottocento e Novecento, l'acqua cittadina era il rifugio delle masse. Nel 1870 aprirono a New York i primi bagni pubblici galleggianti sull'Hudson e sull'East River: enormi chiatte dotate di vasche a doghe di legno che facevano scorrere liberamente l'acqua del fiume. Nel 1911 registrarono l'incredibile cifra di 1.818.721 bagnanti. A Chicago, le spiagge pubbliche ricavate in piena metropoli sul Lago Michigan, come quella brulicante di Lincoln Park, facevano registrare migliaia di ingressi al giorno.

In Europa le capitali non erano da meno. In Olanda, nazione da sempre simbiotica con i suoi canali, ad Amsterdam lo storico stabilimento galleggiante Obelt sull'IJ accoglieva quotidianamente nuotatori e tuffatori. A Londra, la Lords and Commons race nacque nel 1877 per far sfidare i nuotatori su 5 miglia nel Tamigi, con la coppa pagata nientemeno che dal Parlamento.


In Italia eravamo esattamente sulla stessa lunghezza d'onda. Sulle rive del Po a Torino, o sul Tevere a Roma (prima della costruzione dei muraglioni umbertini), i barconi per i bagnanti erano il centro nevralgico dell'estate. Perfino i torrenti di provincia come il Brembo o il Serio, nel bergamasco, ospitavano spiagge fluviali brulicanti di famiglie e in centro a Bergamo ci si rinfrescava nella Morla.
A Milano, la storia dell'agonismo è letteralmente scolpita nei canali, ma va fatta una distinzione netta tra le due grandi tradizioni meneghine. Da una parte c'è il Cimento Invernale, nato già nel 1895: 150 m massacranti, nuotati nei Navigli durante i gelidi "giorni della merla", un rito iniziato con sette temerari e che ancora oggi attira oltre un centinaio di impavidi. Dall'altra parte c'è la leggendaria Gran Fondo del Naviglio, una maratona estiva (di 24 km) che per decenni ha visto gli atleti gareggiare dalla provincia fino alla Darsena, raccogliendo fiumi di persone sulle alzaie.
Lord Byron e il Canal Grande: l'acqua per farsi grossi
Ma la prova suprema di quanto l'acqua urbana fosse considerata un'estensione del proprio ego (e non una fogna da evitare) ce la regala Lord George Gordon Byron.
Come documentato nelle epistole raccolte in "Letters and Journals of Lord Byron", il 6 maggio 1818, nel salotto veneziano di Marina Querini Benzon, Byron lancia una sfida a nuoto al suo amico Alexander Scott e ad Angelo Mengaldo, un veterano delle campagne napoleoniche. Mengaldo, l'eroe di guerra, si ritira distrutto prima dell'imbocco del Canal Grande; Scott esce dall'acqua sconfitto al ponte di Rialto. Byron completa l'intero canale da solo, nuotando come un ossesso in mezzo ai palazzi. Arriva a Santa Chiara alle venti e un quarto, dopo 3 ore e 45 minuti di nuoto. E siccome all'epoca l'acqua cittadina era materia da sbruffoni, tre anni dopo (in una lettera del 1821) Byron falsificherà sfacciatamente i numeri per gonfiare l'impresa, dichiarando un tempo di quattro ore e venti per umiliare i rivali.
Nel settembre del 2025 due turisti si sono tuffati allo stazio gondole di San Vidal. Il Comune ha applicato a testa una sanzione di 350 € e il Daspo urbano. Chiaramente, nessuno oggi sta proponendo di trasformare il Canal Grande in una gigantesca piscina comunale: le dinamiche del traffico acqueo odierno lo renderebbero un suicidio. Ma il salto culturale è spietatamente evidente: siamo passati dai poeti spacconi a mollo, ai vigili urbani con il blocchetto.
Hanno ammazzato la gara (per le risaie)
Ma come e perché le città ci hanno tolto i fiumi? Spesso ci raccontiamo che è stato "per colpa dell'inquinamento". Una mezza verità diventata un alibi formidabile, alimentato da fobie e superstizioni batteriologiche (come vi sveleremo nel nostro dossier sulle bufale dei colibatteri e l'ipocrisia fognaria). La realtà è che, con la scusa della sicurezza e della responsabilità civile, le amministrazioni hanno preferito blindare l'acqua per evitare problemi o favorire altri interessi. Questo atteggiamento ha sedimentato un disgusto psicologico: l'idea inveterata che tuffarsi nelle "torbide" acque del proprio fiume urbano sia un atto folle.
Prendiamo la sopracitata Gran Fondo del Naviglio di Milano. L'ultima edizione si è corsa il 9 settembre 2023. Poi si è dovuta fermare per colpa di pesanti barriere di pietra, posate a fior d'acqua dal Consorzio Est Ticino Villoresi. Questi sbarramenti servono per alzare il livello del canale e irrigare 90.000 ettari, in gran parte a riso, in tempo di siccità. Il problema è che rendono le sponde una trappola mortale senza appigli, bloccando fisicamente il passaggio dei gommoni di soccorso.
L'inquinamento qui c'entra poco, ma il risultato è comunque la morte di una meravigliosa gara storica (oggi il dominio internet del Gran Fondo ospita tristemente un casinò online).
Il trionfo della Senna e il modello Copenaghen
Fortunatamente, in molte parti del mondo la resa non è mai stata firmata e le ruote della storia stanno girando al contrario.
L'opera di riqualificazione più eccezionale e titanica degli ultimi decenni l'ha messa in piedi la Francia. Per decenni la Senna è stata dichiarata non balneabile; le storiche gare (come la Traversée de Paris) erano morte nel 1945, sostituite dal piano statale "mille piscines" che ha relegato il nuoto al chiuso, innescando enormi disparità sociali per le fasce meno abbienti. Poi, per i Giochi di Parigi 2024, il miracolo politico: lo Stato ha speso 1,4 miliardi € per bonificare il fiume, costruendo immensi bacini sotterranei di stoccaggio per trattenere i reflui fognari.
Durante le Olimpiadi, i media mondiali hanno fatto ironia sui colibatteri e sulle gare rimandate a causa delle piogge torrenziali. Ma al netto dei limiti fisici di un sistema idrico secolare (che fisiologicamente va in tilt sotto nubifragi anomali), lo sforzo parigino è meraviglioso e va celebrato. È un traguardo tecnologico senza precedenti. È la prova schiacciante che stiamo finalmente cercando di raddrizzare le storture della pianificazione urbana, dimostrando che perfino in una metropoli così complessa e popolosa si può tornare a fare il bagno.

Oggi questo sistema, monitoratissimo e cosciente dei propri limiti, ha fatto scuola. A Copenaghen lo fanno in modo sublime dal 2002: hanno bonificato i canali portuali collegandoli a bacini sotterranei dove un algoritmo blocca i tuffi chiudendo gli accessi solo in caso di tracimazioni fognarie. Nei giorni normali ci si tuffa senza paura, e nell'estate del 2025 vi hanno nuotato in sicurezza 475.298 bagnanti.

A Zurigo l'ingresso ai bagni fluviali storici è totalmente gratuito: nella stagione 2025 i bagni estivi nel fiume hanno registrato più di 2,39 milioni di ingressi. A Basilea i nuotatori scendono quotidianamente la corrente del Reno usando il Wickelfisch (una sacca stagna per vestiti) e a Wuhan, in Cina, ogni 16 luglio oltre 2.000 nuotatori sfidano le imponenti acque dello Yangtze.

Riaprire l'acqua cittadina non è una velleità estetica, né un capriccio nostalgico. Significa smettere di accettare che le nostre città debbano restare asfissiate dal cemento. Vuol dire restituire uno spazio blu, essenziale e gratuito, a chi altrimenti rimarrebbe irrimediabilmente tagliato fuori dal fondamentale diritto di imparare a non annegare.
