Scappiamo a nuoto da una prigione?

30 agosto 2026Foto © Josephw47

Storie

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Siamo una specie bizzarra. Paghiamo fior di quattrini, compiliamo moduli di scarico di responsabilità, a volte ci infiliamo dentro mute in neoprene e ci tuffiamo in acque a volte più fredde di quanto sarebbe ragionevole. Facciamo tutto questo per simulare la fuga disperata di ergastolani e condannati a morte.

Diciamoci la verità, quando si parla di evasioni, sotto sotto, tifiamo tutti per il fuggiasco. L'idea di un essere umano che da solo che sfida la corrente opprimente e il cemento armato con la pura forza dei suoi muscoli e della volontà ha un fascino magnetico. C'è qualcosa di omerico nell'evasione a nuoto: è la sfida ultima ai nostri limiti, il superamento del confine imposto, l'incarnazione fisica e brutale del concetto di libertà. Oggi le competizioni in mare aperto che ricalcano le fughe dalle prigioni nascono esattamente da questo istinto romantico: ci piace l'idea di misurarci con quello stesso terrore, ma sapendo che al traguardo c'è una volontaria che ci aspetta con il sorriso e una medaglietta da finische, subito davanti al chioschetto per rifocillarsi con un integratore anziché un poliziotto con le manette e magari un plotone d'esecuzione.

L'invenzione di un mito: la fuga perfetta

C'è un dettaglio buffo in tutta questa epica sportiva: l'evasione a nuoto è quasi totalmente una finzione letteraria. Sebbene molte delle evasioni da tanti carceri di massima sicurezza siano effettivamente avvenute, i veri latitanti usavano mezzi molto più pragmatici come motoscafi, barche a vela rubate, o perfino elicotteri, come fece il boss Escadinha in Brasile nel 1985. Nessuno si affidava davvero a un crawl disperato in mezzo agli squali.

Eppure, l'idea romantica della fuga a nuoto è un topos potentissimo. Fu Alexandre Dumas, per primo, a farci sognare la libertà guadagnata a colpi di bracciate.

Manifesto ottocentesco: un uomo seminudo aggrappato a uno scoglio in mezzo alle onde, il mare in tempesta attorno
«Dantès sur son rocher», manifesto di Louis Français per Il conte di Montecristo, 1846: l'evasione a nuoto dal Château d'If come la disegnò l'editore di Dumas. Foto François-Louis Français · pubblico dominio (Wikimedia Commons)

Il Château d'If fu prigione di Stato al largo di Marsiglia dal 1540 al 1914. In quasi quattro secoli non risulta documentata una sola evasione riuscita. Ma Edmond Dantès, sostituendosi a un cadavere nel sudario, tagliò la tela e scappò a nuoto nelle pagine de Il conte di Montecristo. Da quel momento, abbiamo smesso di credere ai registri e abbiamo iniziato a credere al mito.

Stessa storia per l'Isola del Diavolo, in Guyana francese. Henri Charrière vi ha ambientato la sua mitica fuga a dorso di sacchi di noci di cocco in Papillon. Un romanzo formidabile, peccato che su quell'isola non ci avesse mai messo piede: i registri penali francesi gli assegnano due anni nelle celle dell'Île Saint-Joseph, lì accanto, e la fuga buona dalla foresta, sulla terraferma. Messo alle strette sulle incongruenze, Charrière si difese sostenendo che il libro fosse «vero al 75 per cento».

Il francese Jacques Tuset fece parte della prima traversata a nuoto di quell'isola, quattordici chilometri, e da lì non si è più fermato. È stato inserito nella International Marathon Swimming Hall of Fame nel 2018, quando aveva un record di 55 evasioni a nuoto da isole-prigione. Oggi ne dichiara più di settanta e possiamo considerarlo uno specialista in materia.

Le tre fughe dall'isola più famose del mondo sono un romanzo, un falso e una diceria (quella dei detenuti di Rottnest Island, in Australia). Ma non importa. L'immaginario collettivo ha riempito i buchi della storia con le leggende che voleva ascoltare.

L'acqua come muro a costo zero

Nella realtà, l'acqua non era la via di fuga ma la prigione stessa. Un muro a costo zero che non richiede manutenzione e non fa turni di guardia.

Quando l'ingegnere Francesco Carpi costruì l'ergastolo borbonico di Santo Stefano alla fine del Settecento, seguì la spaventosa pianta a Panopticon teorizzata da Jeremy Bentham. Le celle in cerchio, la torre di guardia al centro, le finestre a bocca di lupo per cancellare la vista dell'orizzonte. Ma il vero custode era il Tirreno.

Veduta aerea dell'isola di Santo Stefano: il carcere circolare al centro di uno scoglio verde circondato da mare aperto
L'ergastolo borbonico di Santo Stefano dall'alto: la pianta circolare del panopticon al centro dell'isola, e attorno solo mare. Foto Sab min · CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)

Le autorità facevano girare la voce che i corpi dei morti, buttati in mare, attirassero banchi di squali famelici. Era terrorismo psicologico puro. L'unico uomo che abbia mai provato a scappare a nuoto da lì fu Giovanni Scalfi. Nell'agosto 1956 (anche se il sito della gara di Ventotene data l'episodio al 1958), si calò con un lenzuolo, nuotò fino a Ventotene e poi rubò una barchetta a vela. Fu spinto dai venti sulla spiaggia di Ischia, dove i Carabinieri lo arrestarono mentre si asciugava.

Dall'altra parte del pianeta, Alcatraz usava lo stesso principio. Tra il 1934 e il 1963, per i criminali più pericolosi d'America la riva di San Francisco distava appena 1,25 miglia (due chilometri). Ma d'inverno l'acqua crolla a circa 12 °C e le correnti impazzite viaggiano fino a oltre 6 nodi.

Il cortile interno del carcere di Santo Stefano: tre ordini di ballatoi con le celle disposti a ferro di cavallo attorno a uno spazio vuoto
Il cortile interno del carcere borbonico: tre piani di celle affacciati su un unico punto di osservazione, secondo il modello del panopticon di Jeremy Bentham. Foto Fiumerosso · CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)

L'11 giugno 1962 ci provarono Frank Morris e i fratelli Anglin (sì, quelli del film con Clint Eastwood). Zattera fatta con impermeabili in gomma e teste di cartapesta nel letto. Il rapporto ufficiale li dà per annegati, ma chiunque fa il tifo per loro.

L'unico ad avercela fatta (a suo modo) fu John Paul Scott nel dicembre 1962. Si buttò nelle acque gelide e nuotò per tre miglia fino a Fort Point. Arrivò vivo, lo recuperarono congelato e lo riportarono in cella. La sua traversata non divenne un mito: fu derubricata a verbale di cattura.

Sudare e nuotare per gioco

C'è una certa ironia: oggi le evasioni non le fanno i galeotti, ma gli sportivi e pagano pure un'iscrizione per poterlo fare.

Il Défi de Monte-Cristo in Francia, nato nel 1999, è una macchina macina-atleti: sedici gare diverse da uno a sei chilometri, spalmate su due fine settimana di giugno e una coda a La Ciotat in settembre. Per il 2026 gli organizzatori annunciavano quasi 10.000 iscritti — scaglionati, non certo tutti in acqua insieme. Dal 1999 sono 60.000 i nuotatori scesi nelle acque di Marsiglia. La prova regina, i cinque chilometri, parte dal Château d'If: da lì, quando era una prigione, non risulta sia mai evaso nessuno. Inseguono tutti il fantasma di Dumas.

Il Château d'If visto dal mare: una fortezza quadrata di pietra chiara su un'isola rocciosa bassa
Il Château d'If, al largo di Marsiglia: prigione di Stato dal 1540 al 1914. Da qui parte la prova da cinque chilometri. Foto Alexey Komarov · CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)
Ritratto fotografico d'epoca di un nuotatore in costume intero scuro, in piedi, braccia lungo i fianchi
Artuso di Nizza, vincitore della traversata a nuoto del porto di Marsiglia, 1° settembre 1907. Foto Agence Rol / BnF · pubblico dominio (Wikimedia Commons)

Ad Alcatraz, la Sharkfest Swim porta turisti del nuoto di fondo a sfidare la baia da trentatré edizioni: gli organizzatori giurano di aver scortato al traguardo più di 20.000 nuotatori.

Un nuotatore in acque libere di profilo nella baia di San Francisco all'alba, la testa girata a prendere aria
James Alexander nella baia di San Francisco all'alba del 5 maggio 2025, durante la 3 Rocks Marathon Swim. Foto Fox · CC BY 4.0 (Wikimedia Commons)

Trump vorrebbe riaprire la prigione di Alcatraz come carcere di massima sicurezza, ma lui tutte queste cose probabilmente non le sa...

Partendo dall'isola di Santo Stefano il 7 settembre 2025 duecentoventiquattro persone sono arrivate a nuoto sulla spiaggia di Cala Nave, a Ventotene. Avevano appena concluso la Escape from Santo Stefano. È una prova in acque libere di 2,5 km che parte dal molo 4 dell'isola vicina.

A Robben Island, la Cadiz Freedom Swim prevede 7,5 km di bracciate nell'oceano. Un tizio di nome Theodore Yach l'ha fatta 68 volte da solo.

La Table Mountain e il profilo di Città del Capo visti da Robben Island, oltre un braccio di mare
Città del Capo vista da Robben Island. Sette chilometri e mezzo d'acqua: un panorama da cartolina per i turisti, una tortura mentale per i detenuti. Foto Nurunnaby Chowdhury (Hasive) · CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)

In Brasile, la Fuga da Ilha Grande porta mediamente 50 atleti a coprire un percorso di 13 km oceanici verso il continente.

Ma la fatica e la ricerca del superamento dei limiti assume forme anche più ibride. In Italia l'Escape from Asinara — corsa il 28 giugno 2026 — non è puro nuoto di fondo, ma un aquathlon. Prima 14,4 chilometri di corsa sui sentieri dell'isola. Poi, col respiro già rotto, ci si butta nel mare per 1,7 chilometri a nuoto nel canale dei Fornelli. Ancora fuori per 1,6 chilometri di corsa sull'Isola Piana, e l'ultimo colpo di grazia: 900 metri a nuoto fino alla Pelosetta.

Il canale dei Fornelli prende il nome dal braccio di massima sicurezza che si affacciava su quel tratto di mare, quello dove dopo la rivolta del 1979 lo Stato chiudeva chi riteneva più pericoloso. Da tutta l'isola, in oltre un secolo, è fuggito un solo uomo: il bandito sardo Matteo Boe, in gommone, mentre il suo complice veniva catturato. Oggi gli atleti annaspano, calciano e bevono acqua salata esattamente in quello stesso braccio di mare, per sentire l'ebbrezza di farcela.

Cala d'Oliva all'Asinara: case bianche affacciate su una baia di acqua trasparente
Cala d'Oliva, all'Asinara. Qui soggiornarono Falcone e Borsellino; il carcere ha funzionato dal 1885 al 1998, con una sola evasione riuscita. Foto Alexkom000 · CC BY 4.0 (Wikimedia Commons)

Isole silenziose e l'acqua riconquistata

Certo, non su tutte le isole la festa suona uguale. All'Ilha Anchieta, in Brasile, la traversata si nuota ogni giugno su cinque distanze. Ma il 20 giugno 1952 una rivolta lasciò a terra 108 detenuti e dieci dipendenti, e nel programma di gara di quella data non c'è traccia.

E c'è Rottnest Island, in Australia. Oggi ci si nuota una gara di 19,7 chilometri che nel 1991 partì con quarantaquattro iscritti e nel 2006 ne contò 3.910, al punto che i posti li dovettero sorteggiare. Ma dal 1838 al 1931 l'isola fu una prigione per uomini e ragazzi aborigeni: fra i 3.700 e i 4.000 deportati, a seconda della fonte governativa che si legge, e almeno 373 morti in custodia sepolti in tombe senza nome. In lingua noongar si chiama Wadjemup, «il luogo al di là dell'acqua dove stanno gli spiriti». Il Quod, l'edificio del carcere, è stato affittato come alloggio turistico fino al 2018; il terreno delle sepolture è stato un campeggio, chiuso solo nel 2007.

Il Quod di Rottnest Island: un edificio ottagonale a un piano con il cortile interno, muri bianchi e tetto basso
Il Quod, a Wadjemup / Rottnest Island: fino al 2018 ci si dormiva in vacanza. Poco a nord c'è il più grande sito noto di sepolture di morti in custodia in Australia. Foto Gnangarra · CC BY 2.5 AU (Wikimedia Commons)

Tuttavia, dove possiamo tuffarci, lo facciamo. I governi avevano costruito i loro penitenziari peggiori con un solo presupposto: l'oceano non si può battere. I nuotatori moderni, a botte di gel e bracciate, hanno dimostrato che si sbagliavano. L'acqua non è mai stata un vero muro. O meglio, lo era, ma la voglia umana di scavalcarlo, di toccare la sabbia dall'altra parte con un chip alla caviglia sfidando le onde, ha vinto su tutta la linea, anche se Trump questo forse non lo sa ancora.

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