Ode agli occhialini e alla vista sott’acqua

22 settembre 2026Foto della redazione

Storie

19 min di lettura

Qualche giorno fa ero andato a nuotare a mare. Dopo aver aperto la borsa sulla spiaggia e non averci trovato dentro gli occhialini, fui colpito dal ricordo fugace della loro immagine stesi ad asciugare e da un brivido di fastidio. Guardai l’orologio e capii che non avrei avuto il tempo di tornare a prenderli a casa o avrei dovuto rinunciare all'allenamento. Così decisi di entrare in acqua senza. "Farò solo un paio di chilometri. Cosa sarà mai? Abbiamo nuotato per secoli senza occhialini, potrò nuotarci io mezz'ora".

Con questa sfrontatezza mi sono tuffato verso quella che si è rivelata una mezz'ora di pura agonia oculare. Mentre brancolavo nel sale, con le congiuntive in fiamme e la vista sfuocata del presbite, mi sono messo a pensare a quanto volessi bene ai miei occhialini (ho lo stesso paio da 10 anni). E ho pensato al signor Malmsten, che li ha disegnati così perfettamente negli anni '70, e a tutti coloro che lo hanno preceduto nei secoli.

Questo articolo è per loro: un viaggio per ripercorrere la storia degli occhialini e della nostra vista sott'acqua. Un tributo dedicato a chi ha dato alla nostra cornea il superpotere della rifrazione, mettendo una piccola camera d'aria tra l'occhio e l'oceano.

I corallari siciliani

Come è noto, in acqua la cornea non rifrange la luce e vediamo sfuocato e abbiamo dovuto convivere con questa scomodità per millenni. In giro per il web e anche su un po' di libri stampati si legge spesso che i primi a rifiutare questa condanna furono i pescatori di perle persiani del XIV secolo che avrebbero usato gusci di tartaruga levigati fino a renderli traslucidi e legandoseli come occhialini e che con questi sarebbero riusciti a pescare ostriche da perla. Al netto del fatto che dubito ci potessero vedere qualcosa, la storia sarebbe bellissima ma non sono riuscito a trovare nessuna attestazione seria, a parte le menzioni in blogger mediocri e venditori online di occhialini. Nel The Book of the Pearl, le seicento pagine con cui George Frederick Kunz nel 1908 ha fissato tutto quello che si sapeva sulla pesca delle perle, non nomina occhiali nemmeno una volta; e quando si descrive l'attrezzatura dei tuffatori del Golfo si parla di cotone unto nelle orecchie e di un fermaglio di guscio di tartaruga per chiudere le narici. I tuffatori risalivano, scrive Kunz, «tossendo per liberare occhi, orecchie e bocca dall'acqua salata».

Incisione del 1881: il ritratto di un tuffatore con la molletta sul naso, la flotta delle barche perlifere all'ancora, gli uomini che raccolgono ostriche sul fondo e, nel tondo, l'attrezzatura: molletta, protezioni per le dita, zavorra e cesta
La pesca delle perle nel Golfo Persico, incisione da «The Graphic» del 1º ottobre 1881. Nel tondo in basso a destra c'è l'attrezzatura completa del tuffatore: la molletta per il naso, le protezioni per le dita, la zavorra, la cesta. Di lenti nemmeno l'ombra. Pubblico dominio (Wikimedia Commons).

La prima testimonianza che abbiamo in Occidente è una clamorosa incisione fiamminga del 1596, del maestro Johannes Stradanus, che ritrae pescatori in Sicilia in apnea profonda per strappare corallo rosso. I volti degli uomini che emergono indossano palesemente occhialini curvi in vetro, anche se sembra non abbiano un cordino per tenerli. L'iscrizione in latino non lascia margine di equivoco: "Coralium Siculus solers cautusque Specillo / Ante oculos fixo" ("L'abile e cauto Siciliano pesca il corallo con un vetro fissato davanti agli occhi").

La lastra completa dell'incisione del 1596: due barche, i tuffatori in acqua con gli occhialini e i rami di corallo appena strappati
La lastra intera. Il catalogo del British Museum, che ne conserva un esemplare, la descrive così: «uomini, che indossano occhialini, si tuffano da due barche per raccogliere corallo». Incisione di Cornelis Galle su disegno di Johannes Stradanus, 1596, esemplare colorato a mano.

Poi, sembra che questa tradizione si sia persa e che comunque non travalichi verso altri contesti culturali o geografici. L'Europa tornò ad essere cieca in acqua.

Mekurasagashi vs Isomegane

Se ci spostiamo nella Cina del XVII secolo, scopriamo che l'ossessione principale era il tempo di immersione, mentre la vista rimaneva una dolorosa questione di adattamento fisiologico. Nel 1637, lo scienziato Song Yingxing pubblicò il monumentale trattato enciclopedico Tiangong Kaiwu, in cui descriveva nel dettaglio le attrezzature dei pescatori di perle. Questi uomini utilizzavano un ingegnoso precursore dello snorkel: un tubo ricurvo di stagno, applicato sopra bocca e naso per respirarci dentro, tenuto in sede da cuoio conciato che avvolgeva le orecchie e il collo.

Tuttavia, come chiarisce inequivocabilmente il testo originale, nessuno dei due pezzi ospitava lenti in vetro: lo stagno serviva a respirare, il cuoio a tenere l'acqua fuori dalle orecchie. Gli occhi rimanevano completamente esposti all'acqua salata. I pescatori cinesi, abituati a questo stress oculare fin dalla prima infanzia, si immergevano letteralmente a occhio nudo: il trattato specifica infatti che la loro cornea era talmente assuefatta che «in acqua riescono a vedere il colore dell'acqua, sanno dove stanno i draghi marini e non osano avvicinarsi» (入水能視水色,知蛟龍所在,則不敢侵犯). Non li scorgevano in tempo: sapevano dove stavano e giravano al largo. Senza occhialini non mi sorprende che gli squali diventassero facilmente draghi marini.

Tra le Filippine e l'Indonesia troviamo i Bajau, una popolazione di nomadi del mare. I Bajau si intagliano occhialini nel durissimo legno di mangrovia, incastrandovi fondi di bottiglia. Con questi strumenti scendono oltre i 20 metri. Millenni di vita anfibia hanno modificato il loro genoma al punto che studi recenti hanno dimostrato che i Bajau possiedono una milza più grande, per stoccare globuli rossi ossigenati e resistere alla pressione. Da quanto tempo siano in uso questi strumenti, lo ignoriamo.

Primo piano di un pescatore Bajau che indossa occhialini intagliati a mano nel legno e dipinti di verde, con due lenti di vetro tonde tenute da un filo metallico e un laccio di gomma dietro le orecchie
Un pescatore Bajau, con gli occhialini di legno che usa per immergersi: due lenti tonde, un filo di metallo a fare da ponte e un laccio di gomma dietro le orecchie. Villaggio di Donoro Lamo, Molucche settentrionali. Foto Jack Wylie (Spice Islands Blog).

Ben più dirompente e complessa fu l'evoluzione della visione subacquea in Giappone. Qui, le leggendarie pescatrici in apnea Ama si sono immerse per quasi 1900 anni affidandosi al Sume (素目 - occhio nudo) e a una tecnica chiamata mekurasagashi (盲探し, letteralmente "ricerca alla cieca"). Con la vista annebbiata e bruciante per il sale, queste donne operavano affidandosi quasi interamente al tatto e a una formidabile memoria spaziale dei fondali. Questo millenario e precario equilibrio ecologico si spezzò improvvisamente nel 1878 (10° anno dell'era Meiji), quando nella prefettura di Mie sbarcarono i primi occhialini con corpo in legno e poi in ottone e lenti in vetro, i cosiddetti Isomegane.

L'impatto di poter finalmente vedere in modo limpido fu devastante. Il Comune di Toba, che quel mestiere lo cataloga da decenni, lo scrive in una riga sola: «per le Ama, gli occhialini di vetro portarono una rivoluzione nella pesca». Troppo grossa: gli abaloni (awabi) venivano su in tale quantità che in molte località ne fu vietato l'uso per una ventina d'anni. Ancora oggi quell'efficienza è tenuta a bada da regole ferree: lo sunbō, il bastoncino di misura, ha una tacca da 10,6 cm, e un abalone che ci passa dentro in prefettura di Mie non si può prendere.

Riammessi a inizio Novecento, gli occhialini costrinsero i giapponesi a scontrarsi con un nuovo nemico della vista: la pressione idrostatica. I primi modelli erano a due lenti separate (stile nuoto). Poi si passò alla maschera a lente unica ma, lasciando il naso fuori, l'aria intrappolata veniva schiacciata dall'acqua contro i bulbi oculari, creando un doloroso "effetto ventosa". Per risolvere il problema senza poter soffiare dal naso, i giapponesi inventarono un'ingegnosa meraviglia idrodinamica: applicarono sul lato della maschera un piccolo sacchetto di gomma (una sorta di "airbag") che, comprimendosi sott'acqua, assorbiva la pressione esterna salvando i capillari degli occhi. Nella vetrina del museo di Toba quel modello è ancora lì, terzo da destra nella fila degli occhialini messi in ordine di evoluzione: la hitotsu-megane, monolente, con il naso fuori e la sacca di gomma sul fianco.

Sei paia di occhialini da immersione esposti in fila su fondo verde, dal grande monolente col telaio di cuoio fino ai due piccoli oblò di vetro; il quarto porta una sacca di gomma nera sul fianco
La collezione del Museo del Mare di Toba, disposta da destra a sinistra in ordine di evoluzione. Il terzo da destra è la hitotsu-megane, la monolente col naso fuori: la palla nera che le pende sul fianco è il sacchetto di gomma che scarica la pressione. Foto Museo del Mare di Toba (海の博物館).

L'epopea della vista sott'acqua si è poi evoluta abbracciando il folklore e le necessità regionali. Kojima Takao, dell'Università Seijo, che le Ama di Wajima le ha censite sul posto, annota che lassù, nella penisola di Noto, gli occhialini si usano dalla metà dell'era Meiji e che oggi si continua a preferire il modello a due lenti. Con una conseguenza che dice tutto sull'età media di queste professioniste: la versione per la presbiopia gliela preparano gli ottici del paese. E lo strumento ha finito per contare quanto la barca: al kishū-sai, la festa di inizio anno per il varo, gli occhialini e l'ōbigane — il ferro per staccare gli abaloni — vengono posati sul kamidana, l'altare domestico, come gli oggetti che dichiarano di cosa vive quella casa. Qualcuno ce li lascia tutto l'anno, fuori dalla stagione di pesca.

Il secolo cieco: da Matthew Webb a Mark Spitz (1875 - 1972)

Torniamo in Occidente. Avendo perso la saggezza dei corallari siciliani, eravamo tornati a non vedere nel mare. Quando nell'agosto del 1875 il leggendario Matthew Webb divenne il primo uomo a nuotare attraverso la Manica, lo fece nuotando a rana per 21 ore e 45 minuti con gli occhi spalancati nell'acqua salata. Arrivò in Francia quasi cieco, con le cornee ustionate dal sale. Quando Thomas Burgess (1911) e Gertrude Ederle (1926) ripeterono l'impresa, indossarono degli occhiali da motociclista sigillati alla bell'e meglio con la paraffina.

Bill Burgess in piedi su un pontile nel 1911, il corpo coperto di grasso, il costume di lana e gli occhiali da motociclista alzati sulla fronte sopra la cuffia allacciata sotto il mento
Bill Burgess, 1911. Il secondo uomo ad attraversare la Manica: costume di lana, grasso da capo a piedi e, sulla fronte, due lenti tonde da motociclista. Foto Bain News Service · Library of Congress, pubblico dominio (Wikimedia Commons).

Solo nel 1926, un prete irlandese, Michael O'Flanagan, brevettò (US1742412A) i primi veri occhialini commerciali in gomma. Ma avevano un problema fatale: non funzionavano in profondità. Dietro questo brevetto, in realtà, si nasconde una figura straordinaria e polarizzante: O'Flanagan non era un semplice religioso, ma un fervente socialista e un radicale repubblicano, tanto da diventare Presidente del partito indipendentista Sinn Féin negli anni '30. Ribattezzato il "prete ribelle" e sospeso dalle sue funzioni ecclesiastiche per il suo feroce attivismo e le posizioni anti-sistema, vendeva i suoi occhialini per corrispondenza dalla sua casa in Irlanda per garantirsi un reddito negli anni in cui la Chiesa lo aveva emarginato. Li chiamava «the Seal's Eye», l'occhio della foca, e li pubblicizzava sul Catholic Bulletin del luglio 1928. Non era un teorico: era un nuotatore in acque libere, e la sua abitudine di nuotare a Mullaghmore se l'è scritta nel memoriale. Una mente brillante e irrequieta che, tra una lotta per la redistribuzione delle terre e una campagna per l'indipendenza, trovò il tempo di brevettare gli occhialini in occidente e rivoluzionare l'esplorazione subacquea sportiva e commerciale.

Prima tavola del brevetto: quattro figure di un paio di occhialini a lenti tonde con la mascherina morbida, viste dall'alto e in sezione, con le lettere di riferimento e la firma dell'inventore in calce
«Jan. 7, 1930. M. O'Flanagan — Goggles — 1,742,412 — Filed July 10, 1926». La prima delle tre tavole, firmata a mano dall'inventore. Lenti tonde, mascherina morbida: è l'occhio della foca.

Attraverso un percorso estremamente improbabile, gli occhialini giapponesi arrivarono nel Mediterraneo. Nel 1932, sulla Secca della Gaiola, davanti a Posillipo, Luigi Miraglia — naturalista, assistente alla Stazione Zoologica Anton Dohrn, dove si occupava degli acquari — si imbatté in tre pescatori giapponesi. Il primo, Tukumori, era arrivato in Europa al seguito di un olandese di Giava per l'Esposizione Internazionale di Barcellona. Finita la fiera, aveva fiutato l'affare: Napoli aveva un mercato ittico ricchissimo e il pesce di scoglio valeva oro. Così, chiamò a raggiungerlo suo fratello Soghi e lo zio Tazuo Agarje, originari di Okinawa. Miraglia li seguì per tre campagne di pesca, nel ‘32, nel ‘33 e nel ‘34, a bordo di un gozzo sorrentino a remi e a vela, dai golfi di Napoli e Salerno giù fino alla Sicilia, cacciando saraghi e cernie. Gli occhialini in legno giapponesi avevano però il difetto di essere risucchiati nelle orbite dalla pressione idrostatica, e usarli in apnea profonda diventava abbastanza doloroso. La storia intera di Miraglia, dai giapponesi al Paraguay, l'abbiamo raccontata qui.

Fotografia in bianco e nero: un uomo con cuffia scura e occhialini tondi affiora dall'acqua accanto a un'asta con un pesce infilzato
Luigi Miraglia con gli occhialini tondi e il pesce sull'asta. Da «Luigi Miraglia pioniere della caccia subacquea», Editoriale Olimpia, 2004.
Pagina 50 del libro di Miraglia: il disegno a mano di un paio di occhialini con due cinghie e, sotto, le sezioni tecniche di un occhialino in legno quotate in millimetri
I disegni quotati, sezione per sezione: sessanta millimetri di lunghezza, ventitré e mezzo di apertura per l'occhio. Da «Luigi Miraglia pioniere della caccia subacquea», Editoriale Olimpia, 2004, p. 50.

Per trovare una soluzione definitiva a questo problema dovremo attendere la fine della guerra, quando l'italiano Luigi Ferraro inventò per Cressi la Maschera Pinocchio (1952). Inserendo il naso nella gomma, potevi compensare l'aria e scendere nell'abisso senza farti esplodere i capillari.

Luigi Ferraro affiora dall'acqua sorridendo, con la maschera Pinocchio spinta sulla fronte: telaio chiaro, lente unica e la sacca di gomma per il naso ben visibile
Luigi Ferraro con la sua Pinocchio sulla fronte.

Da questo momento in poi, le storie dell’apnea e quelle del nuoto si separano. Agli apneisti le maschere, ai nuotatori gli occhialini, anche se ancora per tutti gli anni ‘50 e ‘60 i nuotatori occidentali continuarono a nuotare con gli occhi infiammati.

Pensateci: alle Olimpiadi di Monaco 1972, il divino Mark Spitz vinse 7 medaglie d'oro e batté 7 record del mondo nuotando completamente senza occhialini.

Fotografia subacquea: Mark Spitz nuota a delfino verso l'obiettivo, braccia spalancate e testa fuori dalla scia di bolle, con gli occhi completamente aperti nell'acqua e nessun occhialino
Mark Spitz, sette ori a Monaco nel 1972. Guardate gli occhi: sono spalancati, nell'acqua, senza niente davanti. L'apice del nuoto a occhi nudi — sette ori, zero plastica.

L'era del fai-da-te: coppe di plastica, elastici e occhi arrossati

Prima della fine degli anni '60, le piscine erano un luogo di tortura oculare. Chi nuotava a livello agonistico doveva sopportare allenamenti massacranti in acque in cui il cloro causava danni misurabili alla cornea. Nel 1983 due oftalmologi visitarono cinquanta persone prima e subito dopo una nuotata in piscina clorata: il 68 per cento vedeva aloni e arcobaleni intorno alle luci — il segno dell'edema corneale — e il 94 per cento aveva erosioni dell'epitelio della cornea, visibili al fluoresceina.

Per disperazione, a metà degli anni '60, i nuotatori divennero inventori. Come documentato negli archivi storici del nuoto anglosassone e della International Swimming Hall of Fame, i pionieri della vista in vasca iniziarono a fabbricarsi occhialini casalinghi utilizzando piccole coppe di plastica (spesso ritagliate da imballaggi o riadattate dai tappi delle bottiglie) tenute aderenti al viso tramite semplici elastici da sartoria.

Questi prototipi fai-da-te erano ingegnosi ma poco funzionali. Inoltre, erano considerati un mero strumento di allenamento, severamente vietati o sconsigliati in gara per il rischio che si rompessero o cadessero durante i tuffi. Ma i nuotatori dovevano costruirseli da soli per non esisteva nulla in commercio, almeno in questa parte del mondo.

Annuncio pubblicitario in bianco e nero: «NEW! "CLEAR-VIEW" SWIMMING GLASSES», con due fotografie di occhialini a lenti separate e il prezzo di due dollari l'uno
«Forget eye irritation during work outs». Gli occhialini «Clear-View» per corrispondenza: due dollari l'uno, dieci per diciassette e cinquanta, da ordinare a una casella postale di El Cajon, in California. Plastica flessibile sagomata sull'occhio, e la promessa che non si staccano nemmeno in virata.

Il primato di Swans (1945) e la "rivoluzione" di Godfrey (1969)

In realtà, un mercato commerciale esisteva già. L'azienda ottica giapponese Yamamoto Kogaku (oggi celebre in tutto il mondo come Swans) aveva iniziato a produrre i primissimi occhialini commerciali in celluloide fin dal 1945, nati per aiutare la pesca nel dopoguerra. Nel 1971, l'azienda lanciò persino le prime lenti al mondo con trattamento anti-appannamento (anti-fog). Tuttavia, in Occidente questi prodotti facevano fatica ad affermarsi tra i puristi delle competizioni.

Secondo molte fonti online, l'era dei "bicchierini e degli elastici" sarebbe terminata bruscamente nel 1969, grazie a un colpo di genio ingegneristico di Tony Godfrey che, dopo avere sperimentato con vari materiali, avrebbe scelto per primo il policarbonato. Godfrey avrebbe così iniziato a produrre i "Godfrey Goggles": i primi occhialini stampati in materiale termoplastico leggerissimo, idrodinamico e infrangibile, di cui però nonostante gli sforzi nella ricerca, non ho trovato traccia se non su blog generici online, sbattendo sempre su fonti di terza mano che non citavano mai la fonte originale. Su Google patent non ho trovato traccia di Godfrey. La menzione dei "Godfrey Goggles" esiste esclusivamente in brevi trafiletti non verificati sui siti commerciali britannici e sui magazine online di settore che, per riempire spazio, praticano il copia-incolla compulsivo. Non sto dicendo che Tony Godfrey non sia mai nato. Probabilmente, alla fine degli anni '60, un intraprendente britannico di nome Godfrey ha davvero stampato a iniezione qualche coppa di plastica nel suo garage o in una piccola officina locale, vendendola ai nuotatori della sua contea. Ma l'industria moderna lo ha elevato a "padre fondatore" globale probabilmente senza meriti particolari.

La consacrazione ufficiale degli occhialini in piscina arrivò con le olimpiadi del 1972, quando lo scozzese David Wilkie si presentò ai blocchi di Monaco indossandoli (per proteggersi da una feroce allergia al cloro, come disse lui stesso) e si prese l'argento nei 200 rana, in 2:23.67, record europeo. La BBC lo registra come il primo ad aver portato in gara cuffia e occhialini insieme. Non sappiamo di che marca fossero gli occhialini di Godfrey, sicuramente qualche tipo di occhialino iniziava a diffondersi in quegli anni.

Quella che considero l'apoteosi filosofica e assoluta dell'attrezzatura si concretizza poco dopo, in Svezia, nel 1975.

Tommy Malmsten inventa gli "Svedesi".

Esistono oggetti nella storia dell'industria la cui perfezione si dimostra nella brutale semplicità dell'intuizione. Pensate alla macchinetta del caffè Bialetti, alla molletta da bucato in legno o a una sedia Thonet. Sono oggetti puri, spogliati di tutti gli orpelli inutili. Semplificati e, per questo, perfetti. Un occhialino Malmsten è composto da tre elementi: due lenti di plastica dura nuda e un pezzo di cordino. Da decenni, generazioni di epigoni tentano di migliorare questo design senza successo. L'invenzione dei celebri occhialini svedesi appartiene all'allenatore della nazionale svedese Tommy Malmsten, che ideò il suo celebre design a metà degli anni '70. La leggenda narra che la sua invenzione nacque per risolvere un problema medico: la sua atleta di punta, Ann-Sofi Roos, era allergica alla gomma e al neoprene delle guarnizioni. Malmsten prese due lenti di plastica rigida, tolse del tutto le guarnizioni, e usò un semplice cordino per il naso: lo Swedish Goggle, da assemblare a mano, era nato.

Un paio di occhialini svedesi montati a mano su un asciugamano: due lenti trasparenti nude, il cordino viola con i distanziatori infilati a uno a uno, un tubicino di gomma e uno spago annodato al posto del ponte nasale
Gli svedesi di chi scrive, gli stessi da dieci anni. Tutto quello che c'è è in questa foto: due lenti, un cordino, un tubicino, uno spago. Il naso te lo costruisci tu, e i distanziatori li infili uno per uno finché la larghezza non è la tua. Costano meno di 10 €.

Il nome completo è Monterbara Swedish Goggles. "Monterbara" significa "da assemblare" e questa non è solo una parola, ma un rito di iniziazione. Devi costruirti la tua attrezzatura. È per questo che, una volta montati e adattati al tuo cranio e alla distanza esatta dei tuoi occhi, quegli occhialini diventano unici al mondo e così comodi che nessun occhialino prodotto da una scansione 3D potrà mai eguagliare con la stessa magnifica semplicità. All'inizio fanno male? Forse al primo tuffo. Ma il viso si abitua immediatamente. Niente guarnizioni che si perdono, visibilità laterale perfetta. Indistruttibili, asettici e purissimi (quelli trasparenti ti fanno gli occhi da psyco). Costano meno di 10 euro: uno schiaffo allo snobismo tecnico moderno. Si appannano? Certo, come quelli da 60€ con un trattamento antiappannamento che dura due volte. Ci sputi dentro e riparti.

Dalla plastica al cyber-nuoto

Per me la storia degli occhialini si sarebbe potuta concludere con i Malmsten. Personalmente li trovo perfetti e insuperabili, ma l'industria se ne frega di quello che penso io e tante aziende producono occhialini gommati, specchiati e avvolgenti. Dopo il monopolio decennale di Speedo (i famosi Speed Socket che hanno messo al collo di Michael Phelps tonnellate di metallo), l'aggressività estrema di Arena (con la formidabile e idrodinamica linea Cobra Ultra e la tecnologia anti-fog Swipe), e i tentativi ibridi di TYR e FINIS, siamo entrati in piena fantascienza.

Da una parte c'è TheMagic5: scarichi un'app, fai una scansione 3D della tua faccia con lo smartphone, e ti spediscono a casa un occhialino stampato al millimetro sulle tue orbite. Fatturano decine di milioni di dollari. Costano dieci volte un occhialino svedese e, a livello di purezza di design, non lo supereranno mai, anche gli svedesi te li regoli con il cordino fino a quando non sono perfettamente adattati al tuo viso, ma certamente il conto in banca e i volumi di vendita danno ragione a Magic5, Arena e tutti gli altri.

Oggi ci sono persino occhialini smart come i FORM o i FINIS Smart Goggles. Hanno dei display olografici (HUD - Heads Up Display) inseriti direttamente nella lente. Mentre nuoti, un laser ti proietta sulla retina i tempi parziali, la frequenza di bracciata e il battito cardiaco. In acque libere, questo significa non doversi mai fermare a guardare l'orologio. È utile? Forse. Ma a conti fatti, preferirei investire la stessa cifra su 20 svedesi trasparenti e avere una scorta vitalizia.

Un paio di occhialini FORM Smart Swim su fondo nero e bianco: il modulo dell'elettronica sporge dal lato della lente destra, il cinturino è giallo
I FORM Smart Swim 2: il computer sta nel blocchetto sopra la lente destra, e il display si accende dentro il campo visivo. Immagine FORM Swim.

Una precisazione, già che si parla di soldi: qui dentro non c'è un link affiliato, più per aritmetica che per purezza d'animo. Su un occhialino da 7 € la commissione sono spiccioli: potremmo vendervene centomila paia e non ci ripagheremmo la connessione. Se un domani faremo affiliate marketing, sarà sui Magic5 su misura o sui FORM col display nella lente, non su due lenti di plastica e uno spago. Il guaio è che a noi piacciono proprio quelle.

Non potrei chiudere questo excursus senza citare il divertentissimo progetto di SammyJBuilds.

Andate a vedervi il suo profilo Instagram. Sammy è un genio assoluto del fai-da-te. È il Michael O'Flanagan della Gen Z. Si progetta e si stampa in 3D i telai degli occhialini nel garage di casa, modella resine, sperimenta guarnizioni magnetiche e soluzioni fuori di testa (e li monta su occhialini svedesi. Un dettaglio che apprezzo tantissimo).

I cinque video del profilo di @sammyjbuilds in fila: lui in vasca con una tastiera sul bordo, un modulo elettronico montato sopra un paio di occhialini svedesi, il retro di una cuffia con la scheda a vista e i cavi, e le lenti tonde di una maschera da nuoto in cui si riflette uno schermo
Il profilo di Sammy J, cinque post e duecentoventinovemila persone che guardano: «WE WILL WATCH MOVIES WHILE WE SWIM». Il modulo sopra gli svedesi è suo, stampato in casa. Schermata da instagram.com/sammyjbuilds.

Forse lo ammetto, sono stato troppo fazioso nella mia devozione agli Svedesi. Ma c'è una verità ineluttabile in tutta questa evoluzione tecnica. «Diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'acume della vista o l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti». I nostri giganti portavano lenti di vetro curve con cui pescavano coralli, occhialini di legno, occhiali da motociclismo e banali elastici da sartoria. È solo grazie ai loro occhi arrossati se oggi quando ci tuffiamo abbiamo il superpotere della rifrazione della luce e nessun bruciore.

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