Luigi Miraglia, il pioniere che è entrato nel mare per guardarlo

22 settembre 2026Foto © Gianfranco Vitolo

Storie

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Una ventina di anni fa, rovistando in una bancarella di libri usati, mi si è impigliato tra le mani un libro. Era un volumetto di poche pagina, stampato da Editoriale Olimpia e intitolato Luigi Miraglia pioniere della caccia subacquea. Ero stato attratto dalla foto in copertina color seppia: un uomo immerso a metà nell'acqua, con in mano un'asta e sul volto un paio di occhialini che sembravano il reperto archeologico di una tribù del Pacifico.

Fotografia in bianco e nero: un uomo con cuffia scura e occhialini tondi affiora dall'acqua accanto a un'asta con un pesce infilzato
La foto di copertina. Luigi Miraglia con gli occhialini di legno e il pesce sull'asta. Da «Luigi Miraglia pioniere della caccia subacquea», Editoriale Olimpia, 2004.

Sfogliandolo, mi sono ritrovato risucchiato in una storia tanto poco nota quanto intrigante. Quel libretto raccoglieva le memorie del padre della pesca in apnea e dell'esplorazione del mare — nel senso di standoci fisicamente immerso — in Occidente. Non si tratta quindi di una semplice "storia di nuoto" ma una storia di mare, di esplorazione e di avventura. Perché anche noi, che oggi nuotiamo e maciniamo chilometri in acque libere, viviamo costantemente delle avventure e l'osservazione di quello che c'è sotto di noi è parte integrante dell'esperienza del nuoto in acque libere. Conoscere la storia di chi per primo ha rotto la superficie entrando in acqua per guardare cosa ci fosse sotto è un dovere morale.

L'illusione del vetro: la Stazione Anton Dohrn

Siamo a Napoli, agli inizi degli anni '30. Miraglia è un personaggio che sembra uscito dalla penna di Salgari: un riservato naturalista, laureato in botanica e zoologia, che fa l'assistente alla prestigiosa Stazione Zoologica Anton Dohrn, dove si occupa degli acquari.

A quel tempo l'umanità conosceva i pesci solo in due modi: morti sui banchi del mercato, o vivi ma intrappolati dietro gli spessi vetri degli acquari. Napoli era pioniera in questo, le vasche della stazione Dohrn erano un'eccellenza più unica che rara. Miraglia, con la freddezza chirurgica dello scienziato, capisce che quella visione del comportamento dei pesci era influenzata dal loro stato di cattività.

Fotografia del 1901: una vasca dell'acquario napoletano vista attraverso il vetro, con il fondo di rocce, gli anellidi tubicoli e le anemoni di mare
Una vasca dell'acquario della Stazione Zoologica di Napoli nel 1901, trent'anni prima che Miraglia ci lavorasse. Il vetro è esattamente il problema. Immagine da William Abbott Herdman, «The Greatest Biological Station in the World», The Popular Science Monthly, 1901 · pubblico dominio (Wikimedia Commons).

Nel suo trattato, scrive parole che per noi di Omniathlon sono un manifesto contro l'artificialità delle acque chiuse: "Mentre la morfologia e la sistematica dei pesci è bene conosciuta: la biologia di questi animali è poco nota".

Miraglia analizza lucidamente i motivi per cui l'acquario impedisce un'osservazione e una comprensione della biologia dei pesci. Descrive gli sbalzi di temperatura, con grosse cernie da dieci chili che d'inverno si riempiono di piaghe necrotiche e muoiono per il freddo dell'acqua pompata nelle vasche. Parla dei merluzzi pescati a mille metri che arrivano con la vescica natatoria esplosa per la decompressione. Nota come la mancanza della lotta per l'esistenza e l'abbondante nutrimento fornito dall'uomo intorpidisca gli istinti degli animali. Miraglia osserva un vecchio polpo gigante che, al solo rumore dei passi sulla passerella, saliva a galla spalancando la bocca in attesa dei pezzetti di alice. Non lo dice apertamente ma è probabile che pensare che studiare un animale così fosse abbastanza inutile.

Il segreto dei tre maestri di Okinawa

Il titolo di questo paragrafo non è mio: l'ho rubato a un ritaglio de Il Mattino del 22 gennaio 1978, quarantasei anni dopo i fatti, che ho trovato riprodotto nel libro del centenario del Circolo Canottieri Irno di Salerno — il club dove andarono a finire i sub che Miraglia aveva contagiato, e l'unico posto in rete in cui questa storia è raccontata per esteso.

È il 1932, dunque, e siamo sulla secca della Gaiola — la Cajola, nella grafia dell'epoca — davanti a Posillipo, quando Miraglia si imbatte in tre pescatori venuti da Okinawa: Tukumori, suo fratello Soghi e lo zio Tazuo Agarje.

Incuriosito da questi tre pescatori giapponesi a Napoli nel '32, mi sono messo a cercare. Il primo ad arrivare era stato Tukumori, al seguito di un olandese di Giava, per l'Esposizione Internazionale di Barcellona, la fiera che tenne aperti i padiglioni di Montjuïc dal maggio del '29 al gennaio del '30 e a cui parteciparono anche espositori privati giapponesi. Finita la fiera, Tukumori aveva fiutato l'affare. Sembra che avesse scoperto che Napoli aveva un mercato ittico ricchissimo e il pesce di scoglio si pagava più che in qualsiasi altra città d'Italia, così chiamò a raggiungerlo il fratello e lo zio. Non era uno sportivo qualsiasi ma un pescatore professionista e aveva capito benissimo che lì c'era da lavorare.

Ritaglio della pagina del quotidiano del 1978: il titolo «Il segreto dei tre maestri di Okinawa», il sommario a piena larghezza e una fotografia in bianco e nero di alcuni uomini in acqua
«Il segreto dei tre maestri di Okinawa». La pagina de «Il Mattino» del 22 gennaio 1978: in foto, Miraglia con Tukumori, Soghi e Tazuo Agarje nel mare di Posillipo nel '32. Riprodotta nel «Libro del Centenario 1910-2010» del Circolo Canottieri Irno.

I tre giapponesi entravano in acqua nudi ad eccezione di un panno a nascondere le pudenda, senza bombole e a piedi nudi perché le pinne erano di là da venire, armati di una canna di bambù con la punta di ferro che chiamavano sakana-ciuki, l'infilza-pesci. Per vedere, usavano occhialini di legno con due vetrini incassati, tenuti stretti dietro la nuca da un laccio. A dieci metri di profondità, non potendo compensare la pressione come facciamo oggi con le maschere moderne, il legno veniva spinto dolorosamente contro le orbite.

Miraglia non ci pensa due volte. Si costruisce degli occhialini in legno secondo la mani, molla le sicurezze accademiche e si tuffa con loro, e da quell'incontro vengono fuori tre campagne di pesca tra l'estate del '32, quella del '33 e quella del '34. Passano le giornate a bordo di un gozzo sorrentino a remi e a vela, dai golfi di Napoli e Salerno a caccia di cernie e saraghi lungo tutta la costa centro-meridionale, fino alle isole Pontine e giù fino alla Sicilia. Dormono in rada o nelle spiagge e vivono del pesce che vendono.

Fotografia in bianco e nero: tre uomini in piedi su un gozzo bianco ormeggiato sotto una costa rocciosa, con le lunghe canne di bambù appoggiate di traverso sulla barca
Luigi Miraglia con Tukumori e Soghi. Il gozzo, i remi, le canne di bambù di traverso: è tutta l'attrezzatura che c'era. Dal «Libro del Centenario 1910-2010» del Circolo Canottieri Irno.

Quanto pescassero lo sappiamo da lui, ed è anche il motivo per cui i pescatori del posto non li vedevano di buon occhio: nella sua pubblicazione del 1935 Miraglia annota che fra il 28 agosto e il 2 settembre del 1933, in Calabria fra Capo Vaticano e Nicotera, in sei giorni di mare presero ottanta cernie per 329 kg complessivi.

Fotografia in bianco e nero: tre uomini in piedi su una barca sollevano cernie appena pescate; quello al centro porta gli occhialini di legno alzati sulla fronte
Miraglia a Milazzo con due dei tre giapponesi, nel '34. Guardate la fronte dell'uomo al centro: sono gli occhialini di legno. Da «Mondo Sommerso», novembre 1967, p. 1018, riprodotta nel «Libro del Centenario» del Circolo Canottieri Irno.

E poi c'è quello che scrisse, una volta tornato a terra. Nella primavera del 1935 esce sul Bollettino di Pesca, Piscicoltura e Idrobiologia, la rivista del laboratorio di idrobiologia del Ministero dell'Agricoltura, la sua relazione Nuovo sistema di osservazione e di caccia subacquea. Sessanta pagine in due parti, la prima su come si osservano i pesci e come si cacciano, la seconda sugli habitat del Tirreno e sulle abitudini degli animali. Per la Historical Diving Society Italia quello è, in assoluto, il primo manuale di caccia subacquea apparso nel mondo occidentale, tre anni prima di The Compleat Goggler di Guy Gilpatric e cinque prima di La chasse aux poissons di Raymond Pulvènis. È anche il primo libro di biologia ed etologia sui pesci del Mediterraneo scritto da qualcuno che i pesci li aveva visti con i propri occhi e nel loro ambiente naturale. Proprio quella relazione, ristampata per intero, è il corpo del volumetto che vent'anni fa ho comprato sulla bancarella.

Pagina 50 del libro di Miraglia: il disegno a mano di un paio di occhialini con due cinghie e, sotto, le sezioni tecniche di un occhialino in legno quotate in millimetri
I disegni quotati, sezione per sezione: sessanta millimetri di lunghezza, ventitré e mezzo di apertura per l'occhio. Da «Luigi Miraglia pioniere della caccia subacquea», Editoriale Olimpia, 2004, p. 50.

Dopo questi tre anni di pesca, i tre maestri giapponesi tornarono a casa alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il libro del centenario del Circolo Canottieri Irno, che è anche l'unico posto in cui ho trovato questa storia per esteso, se la cava con una riga sola e con un condizionale implicito: «le cronache dell'epoca dicono che sono in due. Uno di loro è rimasto per sempre in fondo al mare di Ponza». Chi fosse il terzo, e che cosa sia successo davvero, non lo dice nessuno.

Il privilegio del primo sguardo

Oggi, ognuno di noi che nuota in acque libere nel Mediterraneo incrocia almeno un milione di saraghi, di occhiate o di corvine. Diamo per scontato il privilegio di vederli scartare veloci e guizzanti sotto i nostri corpi. Ma prima del 1932, in Occidente, nessuno lo aveva mai fatto, o meglio, nessuno se lo ricordava più: i corallari siciliani del Cinquecento per primi usarono un vetro fissato davanti agli occhi ma quella tradizione si era persa senza lasciare eredi. Secoli dopo, quando Matthew Webb nuotò la manica lo fece a rana e senza occhialini. Bill Burges e Gertrude Ederle nei primi del '900 furono i primi nuotatori ad usare degli occhialini, ma erano occhiali da motociclista riadattati e sigillati alla bella e meglio con paraffina e non servivano per guardare sott'acqua, ma solo per tenere l'acqua lontana dagli occhi.

Quando Miraglia si infila gli occhialini di legno e nuota "a soldatino", per poi scattare a rana sott'acqua, pescando con i suoi compagni di Okinawa, compie un atto storico: è la prima volta da secoli che un occhio umano occidentale osserva quei pesci comunissimi nel loro elemento naturale, vivi e liberi. In giappone invece si faceva già da qualche decennio. Miraglia vede i pesci cacciare, intanarsi, respirare, fidarsi di lui, perché abituati da millenni a temere solo le reti dall'alto e non un predatore umano capace di affrontarli nel loro stesso liquido. L'acqua non è più un muro opaco, ma un mondo tridimensionale esploso di colpo davanti alle sue cornee.

I dinamitardi e il mare rubato

Purtroppo, l'esplorazione di Miraglia registra anche l'inizio della fine. Nel libro, dedica note tristi ai dinamitardi. Mentre lui imparava a trattenere il fiato con un rispetto l'ecosistema e una coscienza ambientale assolutamente pionieristica per l'epoca, i "bombaroli" infestavano le coste italiane, sventrando i fondali con esplosivi pur di raccogliere qualche chilo di pesce a galla.

C'erano i "professionisti" sulle barchette a fondo piatto, che spruzzavano olio sull'acqua per annullare l'increspatura delle onde e piazzavano le bombe, lasciando dietro di sé il deserto. Miraglia capisce che quell'arroganza distruttiva, unita a quello che già allora intuiva essere il preludio dell'acqua che ci siamo giocati, avrebbe trasformato il mare in un cimitero.

Una vita incredibile non poteva che continuare così

Nella terza di copertina, nella bandella sulla biografia dell'autore, si accenna appena: "Intorno al 1960 sembra essersi trasferito in Paraguay".

Un personaggio simile non poteva essere sparito così nel nulla, senza lasciare tracce. Mi sono messo a cercarlo ho incrociato archivi, consultato registri e perfino inviato un paio di email in Sudamerica.

Ho scoperto che Luigi Miraglia non si era ritirato per godersi la pensione. L'ho ritrovato dove non mi aspettavo, nella scheda di un fondo fotografico conservato al Museo delle Civiltà di Roma, l'ex Pigorini: cinquantaquattro negativi, in bianco e nero e a colori, tutti sull'incontro con un gruppo di indios Guayakí in un cantiere stradale nella foresta. La scheda racconta che nel 1946, andato in pensione, si era trasferito in Sudamerica, e che nel 1952 dirigeva ad Asunción la sezione «Piscicoltura e Idrobiologia» del Ministero dell'Agricoltura paraguaiano. Qui appassionò alla vita degli Indios delle foreste, ne imparò la lingua e le tradizioni e finì per diventare il capo riconosciuto dei Maká.

Solo che, appena metti in fila le date, non ne torna una. Il dizionario biografico paraguaiano lo dà stabilito in Paraguay addirittura nel 1925, il Libro del Centenario del Circolo Canottieri Irno dice che lascia Salerno nel '48 e l'Italia nel '55, e in mezzo c'è una cosa che nessuna delle tre cronologie riesce a spiegare: nel 1941, mentre insegnava scienze al liceo Tasso e l'Italia era in guerra, Luigi Miraglia pubblicava in Vaticano, sugli Annali Lateranensi, centoventisei pagine di etnografia paraguaiana — Gli Avá, i Guayakí ed i Tobas (indigeni del Paraguay e regioni limitrofe), dalla pagina 253 alla 378 del quinto volume. Non sono gli appunti di un pensionato che si guarda intorno, è il lavoro di uno che quel continente lo conosceva già molto bene, e questo apre una domanda a cui per ora non so rispondere: quando ci era andato la prima volta? Ipotizzo che in quegli anni viaggiasse in qualche modo tra l'Italia e il Paraguay.

Da lì in poi non ha più smesso. Gli Aché o Guayakí esce nel 1961 sull'Archivio per l'Antropologia e la Etnologia; nel 1968 registra la medusa d'acqua dolce Craspedacusta sowerbyi in Paraguay per la rivista della Sociedad Científica del Paraguay, a dimostrazione che il ragazzo delle vasche della Dohrn non se n'era mai andato del tutto. Nel 1973 firma con il gesuita Bartomeu Melià e con Mark e Christine Münzel La agonía de los Aché-Guayakí: historia y cantos, per il Centro de Estudios Antropológicos dell'Università Cattolica di Asunción.

Quel libro è molto più di un lavoro accademico, ed è così che lo legge lo Stato paraguaiano quando, nell'agosto del 2008, la sua commissione per la verità consegna l'Informe Final. A pagina 165 del terzo tomo, la Comisión de Verdad y Justicia riporta testualmente la testimonianza di Miraglia — sbagliandogli il nome, «Luigui», come glielo sbaglierà di nuovo otto pagine dopo, «Luicci»:

> «Para los peones paraguayos del este, matar a un Guayakí no sólo no constituye un delito, sino es una acción digna de elogio, como cazar un jaguar. El paraguayo Maximiliano Vera me contó que cuando hacía de guía en los alrededores de Ajos, recibía un premio de 300 a 500 pesos por cada Guayakí que mataba.»

Per i braccianti paraguaiani dell'est, uccidere un Guayakí non solo non è un reato: è un'azione degna di lode, come cacciare un giaguaro. Un tale mi raccontò che quando faceva la guida nei dintorni di Ajos prendeva un premio di 300-500 pesos per ogni Guayakí che ammazzava. E nelle pagine successive lo stesso rapporto cita un suo lavoro sulle due catture di Aché dell'aprile 1972, dove racconta come fossero stati braccati e condotti ad Arroyo Guasu da una squadra di "richiami", guayakí addomesticati. Fatti che nel 1974 sarebbero finiti davanti alla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite e alla Commissione interamericana.

Fuori dal Paraguay, la scheda del fondo romano gli attribuisce denunce ancora più dure. In Perù denuncia il bombardamento dei villaggi Jaminahua dagli aerei privati delle compagnie petrolifere. In Colombia, i villaggi Desana bruciati per far posto a uno stabilimento della gomma. Secondo la testimonianza di Miraglia i sicari travestiti da medici avrebbero inoculato virus attivi di vaiolo e di colera e i fazenderos bianchi sull'altopiano Guahibo avrebbero praticato la caccia all'indio. In Colombia denuncia la cosa più vile di tutte: i sacchi di zucchero mescolato con arsenico paracadutati sui villaggi dall'alto, per avvelenare intere comunità senza sporcarsi le mani.

Di queste ultime denunce, non sono riuscito a trovare traccia da nessuna parte oltra alla scheda d'archivio. Le carte a monte ipotizzo siano dentro quelle cinquantaquattro pellicole che creado non siano digitalizzate o, magari, in qualche faldone di Asunción. Non nego che mi piacerebbe molto sapere cosa c'è scritto.

Mi affascina incredibilmente la figura di questo professore che, decenni prima non sopportava di vedere un polpo mendicare cibo in una vasca, poi ha pescato per 3 anni con tre giapponesi e infine ha dedicato la sua esistenza a difendere la vita dalle mostruosità di chi la voleva annientare, morendo ad Asunción il 5 gennaio 1976.

Questa è la storia di Luigi Miraglia e penso che dovrebbe essere più studiata e conosciuta. La prossima volta che vi tuffate in mare ricordatevi di lui e dei tre maestri giapponesi che ci hanno insegnato a guardare sotto il mare.

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